Le ultime della neochiesa: il Ramadan è sacro, la Quaresima è sacra, Dio è indifferente.

Il messaggio del cardinale Zuppi alla comunità islamica in occasione dell’inizio del Ramadan non è un gesto di cortesia diplomatica. È la conseguenza logica di una premessa teologica che il Concilio Vaticano II ha introdotto e che sessant’anni di magistero postconciliare hanno reso dottrina operativa: tutte le religioni sono vie equivalenti verso Dio. Una volta accettata quella premessa, ogni coerenza formale diventa possibile — e ogni distinzione essenziale, impossibile.


La grammatica del sincretismo

Il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ha inviato alla comunità islamica i propri “più cari auguri” per l’inizio del Ramadan, definendo esplicitamente tale periodo “sacro mese”. La Quaresima, nel medesimo messaggio, è denominata “Santa Quaresima cristiana”. L’accostamento non è casuale: è strutturale. Attribuire la qualifica di “sacro” o “santo” a un periodo rituale islamico significa affermare che esso è gradito a Dio, che ha un valore religioso riconoscibile dal punto di vista della rivelazione divina. È la grammatica elementare del sincretismo.

Non si tratta di una svista, né di un’iperbole retorica da relativizzare nel contesto della comunicazione istituzionale. Il termine “sacro” ha un contenuto preciso nella teologia cattolica: indica ciò che appartiene all’ordine soprannaturale, ciò che è separato dal profano in virtù di un rapporto con il Dio vivente. Applicarlo al Ramadan — pratica di una religione che nega la Trinità, la divinità di Cristo e la Redenzione — non è un atto di rispetto verso i credenti musulmani. È una capitolazione dottrinale mascherata da cortesia.

Abu Dhabi come chiave ermeneutica

Il cardinale Zuppi ha esplicitamente richiamato il documento di Abu Dhabi sulla “fratellanza umana per la pace mondiale”, firmato nel 2019 da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb. Quel documento afferma che la pluralità delle religioni è “voluta da Dio”. È un’affermazione teologicamente catastrofica, perché nega il carattere unico e definitivo della rivelazione cristiana. Se Dio ha voluto il Ramadan così come ha voluto la Passione, Morte e Risurrezione del Suo Figlio incarnato, allora Cristo è uno strumento storico tra altri — non il Redentore necessario e universale.

Zuppi non fa altro che applicare coerentemente questa premessa. Il problema non è il cardinale di Bologna: è la logica che egli esegue fedelmente. Chi si scandalizza del messaggio augurale dovrebbe avere il coraggio di risalire alla radice, che non è una distrazione curiale, ma una posizione teologica deliberatamente adottata dal vertice della Chiesa nel corso di decenni.

Il Concilio come matrice

L’operazione non nasce nel 2019 né nel 2026. Ha le sue radici documentali nei testi conciliari del 1965: Nostra Aetate sui rapporti interreligiosi, Unitatis Redintegratio sull’ecumenismo, Dignitatis Humanae sulla libertà religiosa. Questi documenti non hanno inaugurato l’eresia formale — il magistero è più cauto nella forma che nella sostanza — ma hanno introdotto una torsione epistemologica fondamentale: la verità rivelata non è più il criterio che giudica le religioni umane, ma uno dei contributi al dialogo tra tradizioni religiose molteplici e comparabili.

Da questo spostamento derivano sessant’anni di gesti, dichiarazioni e documenti che hanno progressivamente normalizzato l’idea che Dio si manifesti con uguale autenticità nell’islam, nel buddismo, nell’induismo e nel cattolicesimo. Il raduno di Assisi dell’86, il documento di Singapore del 2024, i messaggi augurali per il Ramadan: non sono aberrazioni episodiche. Sono applicazioni consequenziali di un principio teologico che ha cambiato il modo in cui la struttura ecclesiastica postconciliare concepisce la rivelazione, la salvezza e il ruolo di Cristo nella storia.

L’unicità di Cristo non è negoziabile

La dottrina cattolica — quella ricevuta, custodita e trasmessa sino al XX secolo — non lascia spazio ad ambiguità su questo punto: Gesù Cristo è l’unico mediatore tra Dio e gli uomini. Non uno dei mediatori. Non il più eccellente tra i mediatori. L’unico. La sua Incarnazione, Passione e Risurrezione non sono un’opzione spirituale tra altre: sono l’evento singolare e irripetibile nel quale Dio ha compiuto la redenzione del genere umano. Ogni altra via religiosa, per quanto contenga elementi di verità parziale derivanti dalla legge naturale, non può essere equiparata a ciò che Cristo ha rivelato e operato.

L’islam, in particolare, nega strutturalmente i misteri centrali del cristianesimo: la Trinità, l’Incarnazione del Verbo, la Redenzione mediante il sangue di Cristo. Il Ramadan non è una preparazione a qualcosa di analogo alla Pasqua cristiana: è un rito di purificazione ordinato a una visione di Dio ontologicamente incompatibile con quella cattolica. Mettere i due periodi liturgici sullo stesso piano non è un atto di rispetto. È una menzogna teologica, comunicata in modo istituzionale dal presidente dell’episcopato italiano.

La responsabilità di nominare il problema

Chi difende la fede cattolica ha il dovere di chiamare le cose con il loro nome, senza mitigazioni diplomatiche e senza il timore di apparire intollerante in un’epoca che ha fatto del dialogo una virtù teologale. Il messaggio di Zuppi non è una questione di tono o di sensibilità pastorale: è l’applicazione pubblica di una dottrina che svuota il significato della Quaresima, relativizza il sacrificio di Cristo e rende superflua la missione della Chiesa.

La crisi non è gestionale. Non si risolve con buoni vescovi al posto di cattivi vescovi, con spostamenti di personale o con aggiustamenti retorici. È una crisi di fede, nel senso tecnico del termine: riguarda ciò che la Chiesa crede e insegna riguardo a Dio, a Cristo, alla salvezza e al proprio mandato nel mondo. Finché questa diagnosi non viene accettata, ogni critica ai singoli episodi rimane superficiale — uno sfogo reattivo anziché una risposta dottrinale.


La Quaresima è il tempo in cui la Chiesa commemora l’agonia di un Dio che muore per salvare l’umanità da una condizione che nessuna religione umana può sanare. Il Ramadan è altro. Confonderli non è fratellanza: è l’annullamento di entrambi. Ed è esattamente ciò che la Chiesa postconciliare ha sistematicamente perseguito, con la benedizione di quattro pontificati e il silenzio imbarazzato di chi ancora si illude che si tratti di eccessi corregibili.

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