La CEI al referendum: pastori o militanti?

La CEI ha preso posizione sul referendum del 22 marzo sulla separazione delle carriere in magistratura, evocando l’autonomia dei giudici come valore non negoziabile e invitando i fedeli a non farsi «irretire da logiche parziali». Un intervento salutato dai progressisti, interpretato come segnale verso il No, e rivelatore — ben oltre le intenzioni — di uno slittamento ecclesiologico che merita di essere chiamato con il suo nome.


Il problema non è l’opinione. È il titolo

Che un vescovo abbia una preferenza sulla struttura del potere giudiziario italiano non è, in sé, uno scandalo. Lo scandalo è nel titolo a cui quell’opinione viene esercitata, e nel silenzio che la circonda su tutto ciò che sarebbe davvero di competenza episcopale.

La CEI è intervenuta nel contesto istituzionale più alto della Chiesa italiana, evocando l’«equilibrio tra i poteri dello Stato» come «lascito dei costituenti da preservare» e indicando autonomia e indipendenza della magistratura come «connotati essenziali per l’esercizio di un processo giusto». Un orientamento che nessun osservatore ha faticato a decodificare.

La domanda non è se la separazione delle carriere sia una buona o cattiva riforma. La domanda è: in nome di quale mandato la Chiesa entra nel merito tecnico dell’architettura istituzionale dello Stato? La risposta non si trova nel Vangelo, non si trova nel Magistero, non si trova in nessun principio di diritto naturale che richieda necessariamente l’unità del CSM. Si trova in una precisa collocazione ideologica che da decenni orienta l’episcopato italiano verso un determinato campo culturale e politico.

La contraddizione che la CEI non ha voluto nominare

C’è un dato che l’intervento ha accuratamente omesso, e che da solo smonta l’intera operazione retorica. Lo Stato della Città del Vaticano ha già introdotto, con la legge CCCLI promulgata da Bergoglio nel marzo 2020, una separazione netta tra funzione giudicante e funzione requirente: il Tribunale e l’Ufficio del Promotore di giustizia operano come organi distinti, con organici separati e autonomia reciproca. La distinzione non è formale: è strutturale, ed è stata introdotta — come ha spiegato il presidente del Tribunale vaticano Giuseppe Pignatone — proprio per rafforzare imparzialità e indipendenza della magistratura.

Il principio che in Italia la CEI evoca come minaccia all’equilibrio istituzionale è il principio che la Santa Sede ha scelto per sé. Non è una curiosità aneddotica. È una contraddizione strutturale che rivela la natura reale dell’intervento: non una valutazione dottrinale, non un richiamo al Magistero. È una presa di posizione politica nel dibattito italiano, coperta dal peso dell’autorità ecclesiastica. Il silenzio su questo precedente non è neutrale: è rivelatore di ciò che davvero orienta la voce episcopale, ovvero non la coerenza con i principi, ma la fedeltà a un campo.

La gerarchia dei fini e la sua inversione

La dottrina cattolica non è ambigua: il fine della Chiesa è la salvezza delle anime, il suo munus è custodire la fede rivelata e richiamare ogni potere — compreso quello civile — alla legge di Dio e all’ordine morale oggettivo. La Chiesa non è incompetente sul temporale: lo giudica, ma lo giudica dall’alto, in quanto ordinato o disordinato rispetto al fine soprannaturale dell’uomo. Cristo regna su ogni potere, non soltanto sulle coscienze individuali. È in nome di questa regalità — non in nome della Costituzione repubblicana — che la voce episcopale potrebbe e dovrebbe farsi sentire anche sulle strutture dello Stato. Ma è precisamente questa regalità che la CEI postconciliare ha cessato di invocare, sostituendola con il linguaggio dei diritti, della democrazia e dell’equilibrio istituzionale. Il problema, dunque, non è che la CEI parli di giustizia. È che lo fa dimenticando da quale trono parla, scendendo sul piano del dibattito tecnico-politico come se fosse una voce tra le altre.

Eppure nell’episcopato italiano si è consolidata una prassi inversa: massima cautela e linguaggio sfumato sulle questioni di fede e morale — dall’unicità salvifica di Cristo alla dottrina eucaristica, dalla morale sessuale all’escatologia. E invece nettezza e peso istituzionale sulle questioni politiche contingenti: riforme costituzionali, modelli migratori, assetto della magistratura.

Questa inversione non è accidentale. È il frutto di una scelta ecclesiologica precisa, maturata nel solco del postconcilio: la Chiesa come soggetto del dibattito pubblico pluralista, non come custode di una verità che trascende il sistema. Come voce tra le voci, non come segno di contraddizione. Come attore di un determinato campo culturale, non come istanza che giudica tutti i campi sub specie aeternitatis — in nome di Colui al quale è stato dato ogni potere in cielo e in terra.

Il sale che si è reso commestibile

L’ammonimento evangelico è lapidario: il sale che perde il sapore non viene perseguitato. Viene calpestato. Il problema dell’episcopato italiano non è la persecuzione. È l’integrazione. È la perfetta leggibilità nel sistema: posizioni sempre prevedibili, sempre collocabili, sempre confortanti per chi già stava dall’altra parte.

Una Chiesa che si può prevedere non spaventa nessuno. Viene ascoltata con benevolenza dalle redazioni che la approvano e ignorata da quelle che non la approvano. In entrambi i casi, non incide. Ciò che è prevedibile è già assorbito: non è più alterità, è ornamento. Il mondo non teme un’autorità religiosa che discute l’ingegneria costituzionale. Temeva — quando la Chiesa era ancora se stessa — un’autorità che ricordava l’assoluto, che nominava il peccato, che poneva l’eternità come misura del tempo.

Quel che si tace e quel che si dice

Il vero metro di giudizio non è il singolo intervento, ma la proporzione. Quante volte la CEI ha parlato con analoga chiarezza sulla crisi dottrinale interna? Quante volte ha usato il proprio peso istituzionale per richiamare l’unicità salvifica di Cristo davanti al relativismo interreligioso, per difendere la dottrina del matrimonio, per nominare l’errore là dove l’errore era dottrinale e non politico?

La risposta è nella cronaca degli ultimi anni. L’episcopato ha investito energia riconoscibile sulla questione migratoria, sulle riforme istituzionali, sul dialogo con la sinistra laica. Ha investito vaghezza sistematica sulle questioni di fede. Ha parlato chiaro dove il mondo voleva sentirlo. Ha taciuto dove il mondo non voleva sentire. Chi difende l’attuale assetto della magistratura italiana difende un potere che negli ultimi decenni non ha brillato per equidistanza dai nemici della fede e della famiglia naturale. La CEI lo sa. Ha scelto di tacerlo.

La fine di una Chiesa integrata nel sistema non arriva sotto forma di persecuzione. Arriva sotto forma di irrilevanza. Il sistema usa ciò che gli è utile e lascia cadere ciò che non serve più. Una voce episcopale che orienta verso il No serve alla narrativa progressista finché il referendum è in corso. Poi torna al silenzio, o all’appello successivo.

Non sarà il mondo a demolire questa Chiesa. Sarà il mondo a consumarla lentamente, usandola come copertura morale per posizioni già decise altrove. E quando non servirà più, la lascerà cadere senza rimpianto. Ciò che cade senza opporsi non è martire. È semplicemente uno strumento esaurito.

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