Quando il soggetto prende il posto della Rivelazione, non siamo davanti a una questione di linguaggio o di stile pastorale, ma a un rovesciamento teologico. Il titolo di un libro, soprattutto quando porta la firma di una delle più alte autorità ecclesiastiche, non è mai un dettaglio editoriale: è una presa di posizione sul modo stesso di intendere la fede.
Il 17 gennaio 2026 è stato pubblicato un volume a firma del cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, dal titolo Siamo noi il Vangelo. Si tratta di una raccolta di testi brevi, organizzati secondo la formula del “pensiero quotidiano”. Nulla di problematico, in sé, nel genere editoriale. La questione decisiva è il titolo, che non si limita a presentare un contenuto, ma formula una tesi.
I titoli non sono mai neutri. Orientano la lettura, fissano una prospettiva, suggeriscono una chiave interpretativa. E quando assumono la forma di una proposizione dichiarativa — siamo noi il Vangelo — non descrivono un atteggiamento né una disposizione morale, ma operano un’identificazione: il Vangelo non come realtà che precede il soggetto, bensì come qualcosa che viene fatto coincidere con esso.
Non si dice che il Vangelo giudica l’uomo, né che lo precede; si afferma che l’uomo è il Vangelo. Il soggetto occupa la posizione primaria; la Parola diventa predicato dell’uomo.
Questo spostamento non è un dettaglio linguistico, ma un mutamento concettuale profondo. Il cristianesimo cattolico, nella sua forma classica, si fonda su un principio opposto: la fede è risposta a qualcosa che viene prima dell’uomo. La Rivelazione non nasce dalla coscienza, non dipende dall’esperienza, non si legittima attraverso la vita di chi la riceve. È Parola data, oggettiva, normativa, indisponibile.
Qui, invece, il rapporto sembra invertirsi: non è più il soggetto a essere misurato dalla Parola, ma la Parola a essere assorbita dal soggetto.

Oltre Lutero: dalla frattura alla dissoluzione
Già la rivoluzione protestante aveva introdotto una frattura decisiva, separando la Scrittura dalla Tradizione viva della Chiesa. Il principio della sola Scriptura esponeva il testo sacro all’interpretazione individuale, sottraendolo a un criterio oggettivo. Per la dottrina cattolica, si tratta di un’eresia.
Ma ciò che oggi si manifesta va oltre Lutero. Con la cosiddetta Riforma il problema era chi interpreta la Scrittura; oggi è se esista ancora qualcosa di oggettivamente dato da interpretare.
Il processo è coerente: prima cade la Tradizione, poi la Scrittura, infine resta soltanto la coscienza individuale, elevata a criterio ultimo. In questo contesto si collocano affermazioni che negli ultimi anni hanno suscitato discussione, tese a relativizzare le parole di Cristo in nome della distanza storica o dell’incertezza testuale. Al di là delle precisazioni successive, il senso culturale è chiaro: la Parola evangelica viene resa fragile, storicamente ed epistemologicamente disponibile.
Ma se non siamo certi di ciò che Cristo ha detto, se il testo perde consistenza oggettiva, che cosa resta? Resta il soggetto. Resta la decisione umana. Resta il “noi”.
Quando la Scrittura diventa fluida

Non si tratta di una deriva casuale né di un inciampo linguistico. La relativizzazione della Parola evangelica risponde a una necessità strutturale dell’attuale neochiesa vaticansecondista. Per potersi svincolare da ogni vincolo oggettivo — dalla Tradizione, dal Magistero perenne, dalla legge morale naturale — essa deve prima svuotare la Scrittura della sua forza normativa. Un Vangelo certo, oggettivo, vincolante non consente di rifare la dottrina; un Vangelo reso storicamente incerto, invece, può essere piegato a qualunque esigenza del presente.
È in questa logica che va compresa la celebre affermazione di qualche anno fa del Padre Generale della Compagnia di Gesù, secondo cui al tempo di Gesù “non c’erano registratori”, e dunque non sarebbe possibile essere certi di ciò che Cristo abbia realmente detto. L’affermazione non è una banalità metodologica, ma un atto teologico gravissimo: se non siamo certi delle parole di Cristo, allora nessuna parola può più vincolare la Chiesa. La Scrittura diventa un materiale fluido, disponibile, rinegoziabile.
Ed è esattamente ciò di cui la neochiesa ha bisogno. Per giustificare l’abbandono di ciò che la Chiesa ha sempre insegnato; per inseguire l’applauso del mondo moderno, che è intrinsecamente soggettivista, relativista, anti-normativo. L’abbraccio con il mondo non è un incidente: è una scelta. Ma per realizzarla fino in fondo, occorre liberarsi di ogni parola che giudica, di ogni testo che resiste, di ogni Tradizione che dice “questo non è lecito”.
Così il cerchio si chiude. Se la Tradizione viene accusata di essere superata, la Scrittura deve essere accusata di essere incerta. E quando anche il Vangelo non è più qualcosa di oggettivamente dato, allora davvero siamo noi il Vangelo: non perché vi obbediamo, ma perché lo sostituiamo con noi stessi.
Quando resta solo il soggetto
È significativo che perfino Don Lorenzo Milani — figura già problematica e lontana dalla Tradizione cattolica — avesse colto il punto di rottura. In una nota intervista raccontò di un dialogo con Aldo Capitini, il quale affermava di accettare alcune parti del Vangelo e di rigettarne altre. Don Milani osservò che, a quel punto, tanto valeva fare a meno del Vangelo e affidarsi direttamente alla propria coscienza.
Era già una denuncia lucida: una fede che seleziona la Parola la svuota.
Oggi, però, siamo andati oltre anche quel limite. Non si seleziona più il Vangelo: lo si identifica con il soggetto. Non lo si giudica più in parte: lo si dissolve interamente nell’io.
Siamo noi il Vangelo appare così come il punto di approdo coerente di questo percorso: non più una Parola che giudica l’uomo, ma un uomo che diventa misura della Parola.
Un cristianesimo che non converte
Il cattolicesimo non è mai stato la religione dell’autenticità né dell’allineamento morale. È la religione dell’obbedienza a una Verità che non coincide con l’uomo e che proprio per questo lo giudica.
Quando il Vangelo smette di essere altro dal soggetto, smette anche di poterlo convertire. Non lo mette più in crisi, non lo smaschera, non lo giudica: lo conferma.
Un cristianesimo che coincide con l’uomo non salva il mondo: gli somiglia.
E un Vangelo che non giudica più nessuno non è più Parola di Dio, ma semplice riflesso dell’uomo che lo pronuncia.
