Il recente dibattito sulle consacrazioni episcopali annunciate dalla Fraternità San Pio X (ce ne siamo occupati QUI) ha riportato al centro una questione che attraversa tutta la crisi postconciliare: il rapporto tra autorità e fede, tra obbedienza e verità dottrinale. Non si tratta di un nodo contingente né recente. Già nel 1976, in un colloquio riservato con Paolo VI, mons. Marcel Lefebvre pose con lucidità le stesse domande che ancora oggi vengono liquidate con categorie sbrigative. Riproponiamo qui l’analisi di Andrea Maccabiani, pubblicata nel 2018, che conserva intatta la sua forza interpretativa e aiuta a comprendere la continuità profonda di una crisi mai realmente affrontata.
Testo pubblicato originariamente nel 2018 sul sito Ricognizioni
(https://www.ricognizioni.it)
È da pochi giorni rimbalzata sui blog la notizia lanciata da Vatican Insider sull’uscita del libro di padre Leonardo Sapienza La barca di Paolo, in cui viene riportato integralmente il verbale del colloquio avvenuto tra Paolo VI e mons. Marcel Lefebvre. L’incontro avvenne a Castel Gandolfo, la residenza estiva dei pontefici, l’11 settembre del 1976, presenti anche don Pasquale Macchi, segretario particolare di papa Montini, e don Giovanni Benelli, sostituto della Segreteria di Stato e futuro arcivescovo di Firenze. È proprio quest’ultimo il redattore delle otto cartelle che ora vengono a galla grazie alla pubblicazione di padre Sapienza.
L’incontro durò dalle 10.27 alle 11.05 ma in quei pochi minuti è condensato un universo di problemi e argomenti che tengono banco ancora oggi, a distanza di 42 anni. I temi trattati non sono certo una sorpresa: ciò che fa effetto è sentire le voci di questi protagonisti riecheggiare dal freddo verbale stilato da un funzionario di curia. Diciamocela tutta: ciò che dice mons. Lefebvre è ciò che vorremmo dire anche noi se solo avessimo possibilità di poter esprimerci con il Potere. Lui ha però avuto l’occasione di farlo veramente, con coraggio e coerenza. A noi resta la soddisfazione di vedere, dopo 42 anni, cosa nel frattempo è successo e – perché no – chi dei due ha visto più lungo e forse aveva davvero ragione.
Ad oggi l’unico testo su cui confrontarsi è quello che Andrea Tornielli riporta sul suo blog, con alcuni stralci parafrasati. Resta il “beneficio del dubbio” sull’aderenza della sua versione in prosa con il documento vero e proprio. Intanto analizziamone alcuni punti.

Mons. Lefebvre introduce subito un passaggio fondamentale di tutto questo colloquio, ovvero il rapporto tra fede e obbedienza:
«La situazione nella Chiesa dopo il Concilio è tale che noi non sappiamo più che cosa fare. Con tutti questi cambiamenti o noi rischiamo di perdere la fede o noi diamo l’impressione di disobbedire. Io vorrei mettermi in ginocchio e accettare tutto; ma non posso andare contro la mia coscienza. Non sono io che ho creato un movimento: sono i fedeli che non accettano questa situazione. Io non sono il capo dei tradizionalisti… Io mi comporto esattamente come facevo prima del Concilio. Io non posso comprendere come tutto d’un tratto mi si condanni perché formo preti nell’obbedienza della santa tradizione della santa Chiesa».
Paolo VI a tal proposito aveva così esordito:
«Lei ha giudicato il Papa come infedele alla Fede di cui è supremo garante. Forse è questa la prima volta nella storia che ciò accade. Lei ha detto al mondo intero che il Papa non ha la fede, che non crede, che è modernista, e così via. Debbo, sì, essere umile. Ma Lei si trova in una posizione terribile. Compie atti, davanti al mondo, di un’estrema gravità…».
L’attenzione pare rivolta sul problema dell’autorità messa in discussione. È vero che viene nominata la fede, ma essa pare più funzionale al ruolo dell’autorità: in pratica mettendo in discussione l’ortodossia del Pontefice viene minata la sua potestà nella Chiesa. Questa sembrerebbe la prima preoccupazione: non la questione in sé stessa ma in quanto funzionale al ruolo.
Lefebvre non manca di sottolineare la già grave situazione del clero e della vita religiosa:
«Cerco di formare preti secondo la fede e nella fede. Quando guardo gli altri Seminari, soffro terribilmente: situazioni inimmaginabili. E poi: i religiosi che portano l’abito sono condannati o disprezzati dai Vescovi; quelli invece che sono apprezzati sono quelli che vivono una vita secolarizzata, che si comportano come la gente del mondo».
Allorché Montini replica:
«Ma Noi non approviamo affatto questi comportamenti. Tutti i giorni ci adoperiamo con grande fatica e con uguale tenacia ad eliminare certi abusi, non conformi alla legge vigente della Chiesa, che è quella del Concilio e della Tradizione. Se Lei avesse fatto lo sforzo di vedere, di comprendere quello che fo e dico tutti i giorni, per assicurare alla Chiesa la fedeltà all’ieri e la rispondenza all’oggi e sì domani, non sarebbe arrivato al punto doloroso in cui si trova. Siamo i primi a deplorare gli eccessi. Siamo i primi ed i più solleciti a cercare un rimedio. Ma questo rimedio non può essere trovato in una sfida all’autorità della Chiesa».
A noi posteri viene già da sorridere. Non siamo più nel ’76, ma nel 2018: quali rimedi si sono cercati o trovati? Dove sono finiti i presunti sforzi di conservare la fedeltà all’ieri? Dove la tenacia ad eliminare gli abusi? Mistero.
Il bestiario clericale non ha fatto altro che ingrossarsi di esempi e aneddoti che non riusciremmo nemmeno a catalogare. Non c’è mai stata alcuna repressione verso abusi o bizzarrie: parroci che ballano in chiesa, benedizioni di coppie omosessuali, negazioni dei dogmi, trasporto dell’Eucaristia con droni. Quasi nessuno ha pagato. Alcuni sono stati persino promossi.
Il lettore si chieda ora: quanti sacerdoti sono stati allontanati per la talare, la Messa antica, l’altare ad orientem, la predicazione della dottrina di sempre? Il rapporto è agghiacciante. Viene il dubbio che i “certi abusi” da eliminare fossero quelli della Chiesa fuori moda.
Proseguendo, Lefebvre chiede:
«Non sarebbe possibile prescrivere che i Vescovi accordino, nelle chiese, una cappella in cui la gente possa pregare come prima del Concilio? Oggi si permette tutto a tutti: perché non permettere qualcosa anche a noi?».
Risponde Paolo VI:
«Siamo una comunità. Non possiamo permettere autonomie di comportamento alle varie parti».
Il pluralismo vale per tutto, tranne che per la Tradizione.
Paolo VI parla di “vigorosa ripresa spirituale”. È una ripresa che non c’era allora e non c’è oggi. Una cosa la vedeva bene: l’attacco all’autorità. Così conclude:
«Faccia una dichiarazione pubblica, con cui siano ritrattate le sue recenti dichiarazioni e i suoi recenti comportamenti, di cui tutti hanno preso notizia come atti posti non per edificare la Chiesa, ma per dividerla e farle del male».
Sarebbe stato bello sentire queste parole rivolte a qualche vescovo tedesco, a qualche vescovo teologo della liberazione, a qualche generico professore di teologia. Invece no. Furono rivolte a mons. Lefebvre.
L’obbedienza cieca e assoluta viene imposta quando le idee non convincono più. Mons. Lefebvre ha parlato subito. Ha detto 42 anni fa ciò che oggi vorremmo dire noi. Avrà sofferto, ma questa soddisfazione l’ha avuta.
