Torniamo sul caso Epstein perché la cronaca non basta. La sua figura non è un’anomalia individuale ma un sintomo sistemico. Per comprenderlo occorre interrogare il mito culturale che per decenni ha accompagnato l’autonarrazione dell’Occidente: l’idea che l’emancipazione dalla tradizione cattolica — attraverso la Riforma protestante e la Rivoluzione francese — abbia prodotto un mondo moralmente superiore.
Il complesso d’inferiorità cattolico
Nel dialogo tra Indro Montanelli e Roberto Gervaso — divenuto quasi un luogo comune della cultura giornalistica italiana — si affermava che l’Italia e il Sud Europa avrebbero pagato il prezzo di non essere stati attraversati dalla Riforma protestante. L’idea era lineare: il cattolicesimo avrebbe frenato lo sviluppo civile e morale; il mondo anglosassone, emancipatosi da Roma, avrebbe costruito una società più moderna, più dinamica, più responsabile. Dove la Riforma non arrivò, la Rivoluzione francese avrebbe compiuto l’opera di liberazione politica.
Questa narrazione ha sedimentato un vero e proprio complesso d’inferiorità: la convinzione che l’Occidente protestante e liberale rappresenti la maturità storica, mentre l’Europa cattolica resti prigioniera di una tradizione arcaica. Non si tratta solo di economia o istituzioni. Si tratta di superiorità morale.
Ma il mito, quando viene assunto come dogma culturale, smette di essere analizzato. E proprio qui la vicenda Epstein introduce una frattura.
Dalla Riforma al soggettivismo moderno

La Riforma protestante non fu soltanto una contestazione disciplinare. Fu una rottura dell’unità dottrinale e sacramentale dell’Europa. Il principio della libera interpretazione, lo scioglimento dell’autorità magisteriale, la centralità della coscienza individuale come criterio ultimo produssero una frattura teologica che nel tempo si tradusse in una trasformazione antropologica.
Quando l’autorità oggettiva della Chiesa viene relativizzata, il criterio della verità si sposta progressivamente verso il soggetto. In ambito religioso, questo significa pluralizzazione delle confessioni. In ambito politico, significa progressiva autonomia dell’ordine civile da ogni riferimento trascendente. In ambito morale, significa interiorizzazione del bene come scelta personale.
Il passaggio non è immediato, ma la linea è coerente: dalla dissoluzione dell’unità ecclesiale nasce il pluralismo confessionale; dal pluralismo confessionale nasce la neutralità dello Stato; dalla neutralità nasce la privatizzazione della verità; dalla privatizzazione nasce il primato dell’autodeterminazione. La Rivoluzione francese e il liberalismo ottocentesco consolidano ciò che la frattura religiosa aveva inaugurato: l’idea che non esista un ordine oggettivo cui la libertà debba conformarsi, ma solo scelte da garantire.
La libertà, così intesa, non è più ordinata alla verità. È sovrana.
Il vertice della civiltà emancipata
È dentro questa genealogia che va collocato il caso Epstein. Non una periferia malata, ma il vertice di una civiltà che si presenta come esito superiore della storia: finanza globale, università prestigiose, ambienti politici atlantici, media, filantropia internazionale. Non il sottosuolo, ma la sommità.
Se in quel vertice si organizza una rete sistematica di sfruttamento sessuale e ricatto, la questione non può essere ridotta alla patologia individuale. Occorre interrogare l’antropologia sottostante. In un sistema che identifica libertà e autodeterminazione, il corpo diventa materia disponibile; la sessualità diventa consumo; il potere diventa gestione di vite e segreti.
Epstein non è una deviazione inspiegabile. È una forma concentrata di una logica diffusa. Se la vita è oggetto di scelta, perché non dovrebbe diventare oggetto di mercato? Se il corpo è disponibile in nome della libertà, perché stupirsi quando viene trattato come strumento?
La smentita del mito
La stessa società che si indigna per l’oscenità delle élite difende strutturalmente la disponibilità della vita: aborto come diritto, utero in affitto come opzione, manipolazione genetica come progresso, eutanasia come libertà. La differenza tra ciò che viene celebrato e ciò che viene condannato non è di principio; è di forma. Laddove il sistema mantiene un’apparenza di legalità, la mercificazione è legittima; quando la brutalità emerge senza maschera, diventa scandalo.
Ma il mito della superiorità morale dell’Occidente emancipato esce incrinato. Per decenni si è suggerito che l’Italia dovesse liberarsi definitivamente della propria matrice cattolica per diventare moderna. Oggi il modello stesso mostra crepe profonde. Una civiltà può essere tecnologicamente avanzata e insieme antropologicamente disancorata.
Il problema non è che esistano mostri. Ogni epoca li ha conosciuti. Il problema è che un sistema fondato sull’autonomia assoluta della volontà non possiede più criteri interni stabili per limitare quella volontà. Quando la libertà non riconosce un ordine oggettivo, finisce per misurarsi solo con la forza.
Epstein non è una parentesi scandalistica. È uno specchio metastorico. E lo specchio non si rompe con l’indignazione. Si rompe solo quando si ha il coraggio di mettere in discussione la genealogia che lo ha prodotto.
